Club Alpino Italiano

Sezione di Bassano del Grappa

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Alagna e dintorni

ALLA SCOPERTA DEI WALSER

Il week end estivMonte Rosao dell’anno ’17 resterà impresso nella memoria del suoi partecipanti per la sua formula insolita ed altamente naturalistica.
Il campo base è posto ai piedi di uno dei colossi delle Alpi: il Monte Rosa.  Seconda cima per altezza della catena montuosa, deve il suo nome all’adattamento di un vocabolo in patois valdostano (dialetto di influenza francese) che significa ghiacciaio.
Addirittura Leonardo da Vinci rimase colpito dal massiccio, tanto che scrisse: “E questo vedrà come vid’io, chi andrà sopra Monboso, la qual montagnia partorisce li quattro fiumi che rigan tutta l’Europa e nessuna montagnia à la sua basa in simile altezza; questa si leva in tanta altezza che quasi passa tutti li nuvoli…” restò impressionato dalla quantità di ghiaccio “il quale di mezzo luglio vi trovai grossissimo” e dall’aria “..’l sole che percotea la montagnia esser più luminoso qui che nelle basse pianure…”

 

Il Genio non solo ricGiardino Botanicoorda così la sua ascensione sul gruppo del Rosa nel 1511 o 16, ma sembra si sia ispirato ai  contrafforti del Monte, detto allora Monboso, per dipingere gli sfondi della “Vergine della rocce” e della “Gioconda”.
Dopo tanti secoli con il ghiacciaio in netto ritiro, il Gruppo Naturalistico pone il suo soggiorno al rifugio Pastore, un quasi villaggio, che offre  tutti i confort in idilliache casette fiorite dai tetti in lastre di pietra locale. Poco più in là un giardino botanico insegna a riconoscere le varie specie botaniche.
Il Monte Rosa, imponente, domina la scena e non si mostra subito, ma gioca con le nuvole per far desiderare maggiormente la vista della Capanna Margherita. A lungo attesa nella prima sera, si mostra nella sua pienezza solo
 Punta gnifetti e Capanna Margheritanel limpido e luminoso mattino del giorno dopo.
Così si può godere della visione del rifugio più alto d’Europa  ed assistere al suo rifornimento con elicottero durante l’ascesa al rifugio Barba Ferrero.
Il percorso si snoda lungo l’antica mulattiera costruita dai Walser per andare
in Svizzera. È uno dei tanti esempi delle strade che, prima dell’apertura del Passo del Sempione, solcavano le profonde valli.
Un tempo infatti le Alpi non erano una barriera tra i popoli: il Monte Rosa era al centro d’importanti vie di comunicazione, percorse, oltre che da commercianti, anche da studiosi e viaggiatori.
Oggi il cammino serpeggia nell’esplosione delle fioriture di fiori semplici, ma intensi di colore, come Campanule, Margherite, Seneci, Garofani, sapientemente inseriti nell’erba dei prati.
Dopo la sosta al rifugio, sotto l’imponente seraccata, scoppiano abbondanti le Orchidee: qui le Gimnadenie, mescolandosi con le Nigritelle, hanno inventato un raro ibrido, che troneggia in tre slanciati esemplari. La discesa è accompagnata dal fragore dei torrenti, che impetuosi formano copiose cascate.
Cascata
Si percorrono in seguito i sentieri delle tradizioni recuperate, come quella del “Rosario fiorito”. Si tratta di un’antica processione walser, nata nel settembre di oltre 300 anni fa. L’estate è finita da pochi giorni, anche se è sempre troppo breve per chi vive sfruttando la terra strappata alla montagna. Ma prima che giunga il lungo inverno è ora di ringraziare la Vergine Maria per tutti i frutti che la stagione trascorsa ha portato.
Da 25 anni questa tradizione è tornata a rivivere; cosi i sentieri dai monti fino ad Alagna sono percorsi da uomini, donne e bambini vestiti in costume walser, con lanterne accese, che intonano canti e preghiere nella loro antica lingua.
Tutto qui parla dei Walser, ma chi sono?
È un antico popolo di pastori ed agricoltori originario dell’alto Vallese, che scelse di migrare in una località in cui nessun altro desiderasse vivere, a patto di poter essere liberi, in un’epoca in cui i loro simili erano solo servi della gleba. Si ritiene discendano da alcuni clan alemanni, insidiatosi già prima del X secolo nel Vallese, da cui il nome, che all’inizio del XII secolo, scesero più a sud, nelle vallate intorno al Monte Rosa, come ad Alagna e Macugnaga.  Qui si stabilirono pacificamente, dapprima rifornendosi per alcuni prodotti ancora nel Vallese; però sfruttando i pascoli d’alta quota, divennero via via più autonomi, fino alla totale autosufficienza. Inoltre il loro arrivo pose termine alle continue scorrerie da parte dei predoni di greggi, restituendo a queste valli la pace.
Oggi ad Alagna ne rimangono pochini, ma si battono per difendere la loro identità, la lingua, le tradizioni e l’architettura. Una di loro è sicuramente Franca, la nostra guida innamorata della sua Terra.

La conoscenza dei Walser continua anche nella seconda escursione.
La loro bandiera sventola dappertutto, nelle case private, come negli edifici pubblici. Bellissime le abitazioni walser di Alagna, in muratura e legno, con le terrazze traboccanti di fiori. 
Alagna Si distinguono per una grossa pietra verticale posta sul tetto, ad indicare che in quella casa erano sempre pronti un pasto ed un letto per i viandanti di un tempo.
Tra le altre si distingue l’alloggio del parroco Gnifetti, conquistatore nel 1842 della seconda vetta del Rosa, che porta appunto il suo nome.
Dopo una fugace visita alla segheria, quasi soffocata dalla fioritura delle alte ed eleganti campanule blu e bianche si percorre la Val d’Otro, caratterizzata dai numerosi segni religiosi, come capitelli e Madonnine lignee.
Tipica la fontanella, dove sono incisi i simboli delle varie casate. Poi il bucolico pianoro, punteggiato dal villaggio di Follu,
Paravalanghe a Scarpiacon la sua chiesetta dalla facciata sapientemente affrescata come tutte le cappelle di questo territorio.
Altri villaggi walser attendono, Scarpia dalle case vicine vicine, con i sostegni delle terrazze ottenute dal piede del larice, difese dalle caratteristiche paravalanghe, delle collinette a monte di ciascuna casa e Pianmisura, dalle abitazioni in pietra locale, dall’aspetto piuttosto severo.
La discesa si snoda tra le abbondanti fioriture dei rosei Fior di Giove ed il ribollire dell’acqua, che nella suo precipitare forma una singolare “Caldaia”.
La conoscenza dei Walser si fa più serrata il quarto giorno con la visita al loro museo nella frazione di Pedemonte, ospitato in una casa del 1628, riportata fedelmente ai suoi caratteri originari.
Straordinaria è l’architettura delle case in pietra e legno, contornate da un loggiato di notevole ampiezza, la cui caratteristica le rende molto eleganti. Qui è riprodotta fedelmente la vita quotidiana di questa popolazione. In un unico stabile erano concentrate le diverse funzioni domestiche e agricolo-pastorali. Gli spazi abitativi erano distribuiti su tre piani. La vita della famiglia era strettamente legata a quella degli animali: cucina, soggiorno e stalla  comunicavano, perché il calore delle mucche fungeva da riscaldamento. Le donne, nelle pause dai lavori dei campi, sapevano abilmente filare, tessere e confezionare i vestiti, chiusi da bottoni in corno di capriolo e abbelliti da un tipico collarino, detto funcetto, splendidamente ricamato. Modelli unici, perché venivano realizzati in tessuto di mezza lana, non più riproducibile; mentre le camicie erano realizzate in canapa, che raccoglie l’acqua.
Ma tutto qui sapeva di amore per la terra, niente era lasciato al caso ed ogni oggetto aveva la sua funzione preziosa ed insostituibile.
Ogni agglomerato era dotato di segheria e mulino; quest’ultimo, mosso dalla forza dell’acqua, macinava il grano per il pane. Si panificava, con il lievito madre, per l’intero villaggio, solo due volte all’anno.
I Walser erano quindi una comunità semplice e pacifica, legata alla loro terra, da cui traevano sostentamento.
Da tutto ciò, noi odierni visitatori di questi luoghi, rimaniamo affascinati.
Oltre alla scoperta dei Walser ed all’imponenza del Massiccio del Rosa, un altro ingrediente rende questo week end indelebile e mitico nella memoria dei suoi partecipanti: la calda ospitalità offerta dei ragazzi del rifugio Pastore, capaci di trattare e coccolare gli ospiti come grandi amici.

 

 

 

Antonietta

 

Dicembre

18

Lunedì