Club Alpino Italiano

Sezione di Bassano del Grappa

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I Monti Aurunci

UN INASPETTATO GIARDINO ROCCIOSO

 

Parco naturale dei Monti Aurunci recita il calendario in riferimento al week end primaverile.
Qualche lettore rimane un po’ disorientato: è una meta nuova e non sa piazzarlo geograficamente.
Cartina fisica alla mano, ecco svelato l’arcano: i Monti Aurunci dominano il golfo di Gaeta.
Ancora una volta si viaggia verso sud, ma essendo la meta lontana, è piacevole una visita ai giardini di Villa d’Este, dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
Ai nostri giorni, essi sono imponenti, ma niente al confronto di come apparivano nel momento del loro massimo splendore. Ippolito II d’Este nel 1550 fece costruire la villa e commissionò a Pirro Ligorio la realizzazione di un’adeguata cornice.

Il risultato fu stupefacente e geniale. Oltre alle essenze vegetali, i giardini affascinano per l’abbondanza d’acqua. Fontane, zampilli ed effetti Villa d'Este - Fontana di Nettunospeciali sono ottenuti solo con la forza della pressione dell’elemento liquido portato fin quassù dalla deviazione del fiume Aniene. Con un lavoro d’alta ingegneria e secondo determinate leggi fisiche, l’acqua zampilla, spruzza, gioca, scherza, canta e fa cantare per incantare gli ospiti di un tempo, come il turista di oggi. Il tutto è disposto tra terrazze e pendii con un dislivello di 50 metri in uno dei primi esempi di giardino all’italiana.
La prima ad apparire è la fontana detta “Bicchierone”, pensata in un secondo tempo dal Bernini. E’ solo il primo assaggio, perché in seguito è un crescendo di spettacolari creazioni.
Nella fontana dell’Ovato l’arte racconta la mitologia, per cui ecco personificati i tre fiumi sgorgati dai Monti Tiburtini con al centro la Sibilla Tiburtina. Qui confluisce l’acqua dell’Aniene, che, dopo aver attraversato Tivoli in un canale sotterraneo, scende con una cascata a cupola in una gigantesca vasca. Poi corre via ad alimentare le cento fontane, tanti sono gli
Cento fontane zampilli, disposti a piani ed immersi nel Capelvenere, che accompagnano il visitatore alla fontana di Roma. I maggiori simboli della città Eterna vi sono rappresentati, dal fiume Tevere, alla lupa capitolina, all’antica nave romana, rappresentante l’isola Tiberina con a bordo l’obelisco in miniatura, alla sovrastante dea Atena Vittoriosa e protettrice.
Ma ecco stupisce la fontana della Civetta, i cui meccanismi purtroppo si sono persi nel tempo.  Era dotata di un complicato congegno, che sfruttando la sola caduta dell’acqua, diffondeva nell’aria il canto di alcuni uccellini apparsi nella sua nicchia, fino a quando non veniva interrotto da quello lugubre della civetta.
Un altro prodigioso meccanismo sorprendeva gli ospiti della Villa: il suono emesso dalla fontana dell’organo, strumento musicale azionato dalla sola forza dell’acqua. Oggi si tenta di recuperare questa meraviglia, per continuare a sbalordire.
La più imponente e scenografica di tutte è però la fontana di Nettuno, sorta nel secolo scorso sui resti dell’originale ormai in forte degrado. Impressionano i potenti zampilli che, dopo una dolce partenza, prendono vigore ed esplodono verso il cielo in alti e fragorosi schizzi.
Anche la cornice non è da meno: i giochi d’acqua sono immersi nei profumi diffusi nell’aria dagli aranci, dalle rose antiche e dal glicine in piena fioritura. Qui anche la natura crea le sue scultura: un antico cipresso sembra voler competere con le statue mitologiche lanciando nell’azzurro la sua bizzarra siluette.
Il desiderio di godere più a lungo della magnificenza del luogo è forte, ma il Golfo di Gaeta aspetta…. È ormai sera e l’insenatura apre le braccia nella tranquillità del suo mare e del suo fascino imponente.

Il giorno dopo si va alla scoperta dei misteriosi Aurunci, Parco naturale della regione Lazio.
Nel percorso di avvicinamento già i Monti presentano un biglietto da visita accattivante; man mano che la quota aumenta, lo sguardo s’allarga sul Golfo: mare blu incorniciato dalla ginestra in fiore! Appare la torre di Maranola, che domina il borgo antico.
Il cammino vero e proprio, inizia però dal rifugio Pornito, costruzione solitaria, quasi austera posta sul crinale del monte. La salita è tranquilla lungo la sterrata serpeggiante tra i profumi delle essenze mediterranee, protetta dall’artistica staccionata.
Il paesaggio intorno è carsico, cascate di sassi punteggiano il versante, una sembra addirittura rallentata da un enorme solitario e rigoglioso leccio, a dimostrazione di come si possa vivere benissimo anche in condizioni estreme. Poi il terreno, solo apparentemente brullo, s’ingentilisce di abbondanti viole calcarate e delle prime orchidee .
Orchis Italica
Passo dopo passo s’arriva alla Madonnina bianca, che osserva il magnifico panorama verso Golfo ed il promontorio di Gaeta.
Altri segni religiosi caratterizzano il percorso, tracciato per portare la statua del Redentore sulla cima a Lui dedicata.
Ma prima di arrivarci è d’obbligo la sosta all’eremo di S. Michele Arcangelo. È una costruzione incastonata nella roccia, dotata della sua brava leggenda: La statua del santo si trovava un tempo sul litorale, ma era talmente stanca delle bestemmie dei marinai, che un giorno scappò sul Monte sant’Angelo nel territorio di Spigno. Ma anche là poteva udire le voci offensive dei marinai; così decise di rifugiarsi sul Monte Altino. Gli abitanti tentarono inutilmente di riportarla a valle: il giorno dopo era nuovamente sul monte. E qui, in una grotta naturale, finalmente in pace, rimase.
I
n seguito la cavità fu chiusa da una facciata in stile gotico.
Veramente oggi sverna a Maranola e l’ultima domenica di giugno di ogni anno in processione viene portata nel suo eremo a protezione dei pastori. Il 29 settembre, festa di S. Michele Arcangelo, gli abitanti dei paesi sottostanti salgono in montagna e gustano con il pane la quagliata, una specie di caciotta. Poi la statua viene riportata, ancora in processione, a Maranola.
Però la salita attende, ora il paesaggio si fa meno brullo, i faggi ombreggiano il
Sentiero in salitasentiero e lasciano crescere ai loro piedi l’anemone appenninico prevalentemente bianco, con parecchi esemplari azzurri.
Ed ecco la caratteristica degli Aurunci: il giardino roccioso!
Man mano che si sale, con la conquista del monte S. Angelo prima e Campetelle poi, è un continuo susseguirsi di sassi bizzarri tra cui fioriscono benissimo narcisi e viole. Viole e viole, di sfumature e intensità  cromatiche diverse, esplodono dappertutto: la maggior parte violacee, ma altre in quantità minore, gialle e persino bianche.
Infine il trionfo della vetta, che domina il Golfo, fino alla lontana isola d’Ischia.
La discesa si snoda nel bosco di faggio, ancora vestito dei primi verdi tenui della primavera; qui l’albero si sviluppa a suo piacimento e, libero dai tagli dell’uomo, raggiunge esemplari maestosi. Quindi una piccola salita è d’obbligo per rendere omaggio alla statua del Redentore, posto su di un balcone panoramico per salutare l’inizio del XX secolo. La scultura è
Cima Redentoreimponente, tanto che richiese molto lavoro per essere collocata lassù; perfino il fulmine l’aggredì scaraventando lontano la testa della statua. Gli uomini però ne modellarono un’altra ed ora il Redentore benedicente protegge il suo mare ed accoglie i nuovi pellegrini affascinati da una vista mozzafiato. Lo sguardo si perde sulle isole Pontine di Ponza, Zannone e Ventotene, avvolte dall’azzurro del Tirreno, ma arriva oltre, fino a scorgere, anche se velato dalla foschia, la sagoma del Vesuvio. Panorama che accompagna nuovamente al rifugio Pornito.
La sera dorata offre un altro scorcio di questa terra: i gioielli architettonici  di Gaeta.

Sole anche il giorno seguente… cima Fammera aspetta!
Si raggiunge il villaggio di Spino Saturnia, così chiamato dall’abbondanza di piante spinose, come biancospini e pruni, che prosperano nei dintorni, mentre il secondo nome gli fu assegnato dopo la seconda guerra mondiale per ricordare i Romani.
Ben presto appare il Lentisco, adornato dai densi grappoli di cilindretti rosso vivo, i fiori maschili, in mostra solo ad anni alterni.
Poi ci s’immerge nel bosco con la più alta biodiversità d’Italia che, essendo protetto, ha permesso il ritorno di caprioli, lupi, tassi, donnole ed istrici.
Antichi castagni testimoniano il passaggio dell’uomo, quando ancora lavorava la montagna; tracce visibili anche nei vicini terrazzamenti, ora in disuso, ma un tempo coltivati a lenticchie.
Più avanti il bosco cambia aspetto: bellissimi pini d’Aleppo, svettano altissimi, quasi a voler sostenere il cielo con le loro colonne.
Asfodelo
Pini d'AleppoPoi la vegetazione dirada ed appare l’altipiano carsico ai piedi della parete del Monte Fammera.
Affascinante è la salita, che zigzaga tra i sassi, piccoli e bizzarri menhir, mini sculture messe ad arte da un appassionato giardiniere tra un cespuglio e l’altro di Asfodelo. Il passo rallenta, si ferma, e l’animo gode di
d un simile spettacolo della natura, mentre loro, gli asfodeli, ignari della loro bellezza, lanciano le bianche e snelle infiorescenze verso l’azzurro del cielo
La cima è raggiunta ancora una volta per scrutare le montagne attorno: vette e vette si distendono a perdita d’occhio; purtroppo per noi nordisti rimangono delle illustri sconosciute, anche se Federico si dà un gran daffare per chiamarle tutte con il loro nome. Per fortuna i monti dell’Abruzzo si fanno riconoscere, lontani imbiancati di neve.
Invece più vicina, si fa per dire, è l’Abbazia di Montecassino. Il pensiero va al lavoro fatto dai tedeschi, durante la seconda guerra mondiale per portare in salvo l’enorme patrimonio culturale conservato tra le sue pareti, prima che venisse rasa al suolo.
Più giù il passo procede tra i cespugli fioriti di rosata dafne e gialla ginestra.
Sperlonga

Arriva l’ultimo giorno, ma non si può lasciare questo lembo d’Italia, senza un altro assaggio di bellezza.
Il mattino terso e luminoso permette una piacevolissima passeggiata dalla grotta di Tiberio o spelonca fino a Sperlonga, da cui il borgo deve il nome. È solo una parte della prestigiosa villa degli ozi dell’imperatore romano, citata da Tacito nei suoi Annales
. La dimora imponente, ricoperta di gruppi marmorei, di cui oggi rimangono pochi resti, s’affaccia su di un mare limpido e trasparente, un’autentica oasi blu. La spiaggia liscia e dorata mostra i tentativi di colonizzazione dell’Anthemis maritima e del giglio. Il fondale è rappresentato dalle case bianche del borgo arroccato sullo sperone di roccia. Bellissima è la salita  ad uno dei borghi più belli d’Italia, protetto dalla Torre di Triglia, immersa nei fichi d’India in fiore (8). Poi i vicoli stretti, tortuosi, i bianchi delle pareti con solo qualche tocco d’azzurro. È Italia questa, oppure improvvisamente siamo volati in Grecia? 
È molto difficile lasciare un luogo così, quando la piazzetta invita ad una  sosta al sole.
Solo un incredibile arcobaleno intero e nitido, apparso inaspettatamente  tra i giochi della pioggia con il sole, durante il viaggio di ritorno, allontana la malinconia e corona la scoperta dell’inatteso giardino roccioso dei Monti Aurunci.     

 

 

 

Antonietta

 

Ottobre

18

Mercoledì